Anche i sassi parlano in alcuni luoghi. A Fornazzo, piccolo borgo di Milo, parlano del lento
scandire del tempo, dell'immutabile ritorno delle stagioni e del lavoro tenace degli uomini. Eletto nel '92 Villaggio Ideale d'Italia, Fornazzo custodisce, geloso, il suo animo tranquillo e felice che gli ha portato tale riconoscimento. Arroccato a 800 metri sul livello del mare
Fornazzo è conosciuto dai molti per le ferite con le quali, più volte in questo
secolo lo ha segnato il vulcano “a muntagna” come la chiamano i Fornazzesi.
Trecentoventi abitanti, pochi giovani, pochissimi bambini ma freschi, genuini e felici di abitare
un luogo che offre loro boschi in cui costruire minuscole piattaforme sugli alberi con tanto di
tetto e porticina d'ingresso. Qui il tempo non ha mutato la serena bellezza dei luoghi che, ricchi
di abeti, larici, pini, faggi e castagni offrono quiete e insieme sostentamento alla gente che vi
dimora. Sono le segherie artigianali, infatti, ad essere ancor oggi la principale e fiorente
attività di sviluppo economico. Ma nel passato i terreni boschivi di queste contrade hanno
dato vita ad un altro antico mestiere ancor oggi praticato: il carbonaio. Il progresso tecnologico
ha invece fatto scomparire il mestiere che è l'origine stessa del piccolo borgo: il
lavoratore della neve. Oggi soltanto i vecchi ne ricordano la figura. “U mastru da nivi” era colui
che in inverno ammassava la neve in buche larghe e profonde rivestite in pietra lavica adatte a
conservare la neve, così compattata, fino all'estate quando tagliata in blocchi alimentava
un vero e proprio commercio del ghiaccio. A testimonianza di questa ricca attività sono
rimaste due Tacche facilmente raggiungibili e in perfetto stato: la “tacca u favu” e la
“tacca di munti Cirasa”.
La piccola Chiesa è votata al “Sacro cuore di Gesù” la cui festa
ricorre la seconda Domenica di Luglio quando gli abitanti di Fornazzo e i tanti pellegrini si
uniscono in processione fino al piccolo altarino che abbracciato dalla lava nel 1979 ne è
uscito illeso. Di cicatrici laviche Fornazzo è piena ma insieme a queste convivono le dimore
che costruite in armonia con la natura del paesaggio costituiscono un po' il trattato di pace che,
implicito, nasce spontaneo tra uomini e vulcano. Tradizione vuole che un giorno un uomo edificò
la proprio dimora accanto una grotta lavica, quell'onda di lava, quella grotta sembrava a chi la
guardasse un grande forno: un “fornazzo”. Da allora il luogo in cui nasceva quella
lingua di pietra ha assunto una nuova identità, quella che conserva ancora oggi. Forse non
tutti i visitatori avvertono la magia o l'incanto della tranquillità che permea l'animo di
chi qui vive ma anche al visitatore più distratto non potrà sfuggire il senso di
pace e di eterno che questo luogo trasuda e. per chi più attentamente ascolta: un respiro,
quello della montagna, viva.
|