| Di tutti i paesi del versante ionico Milo è quello che
gode la vista più ampia sul mare, a 750 metri. Dalla
piazza Belvedere l’occhio spazia sull’orizzonte fino a
Taormina e alla Calabria verso nord-est, al golfo di
Catania e ad Augusta verso sud-ovest.
Dietro è l’Etna, coi fumi densi e i pennacchi delle
non infrequenti eruzioni e i velari trasparenti
nell’azzurro dei giorni sereni, o ammantato delle nevi
brillanti, dagli autunni fino alle primavere inoltrate.
Questa posizione invidiabile, insieme con l’acqua
che sgorgava abbondante da falde scoscese e canali
che contornavano l’abitato, fu indice della vocazione
turistica cui poteva essere chiamato un paese
essenzialmente agricolo come questo. Milo fu, agli
inizi degli anni cinquanta del Novecento, grazie alle
villeggiature stanziali e alle iniziative dell’estate
(gimkane automobilistiche, balli in piazza, soirées per
l’elezione della “Venere”) una vera e propria
“Taormina dell’Etna”, come attestano i tanti articoli,
quasi giornalieri, che uscivano sulla “Sicilia”
dell’epoca.
La strutturazione territoriale dà ragione di quella che
è stata la fisionomia economica e la configurazione
etnico-antropologica, (sociale), del paese; cioè la
fisionomia di un borgo agricolo (fino a tutti gli anni
del boom economico e della trasformazione
omologante), costituito da nuclei autonomi anche
distanti dal centro, e uniti dalle strade (solo ai primi
del Novecento rotabili) e dalla
provinciale, quando, anch’essa in quel
tempo, venne asfaltata.
Uno di questi nuclei è Fornazzo, a due
chilometri a nord-est, vera e propria
“frazione” di Milo, che è il più alto di
questi agglomerati (m. 800 s.l.m.) sulla
strada che collega a Linguaglossa, con la
piazza, la chiesa e il campanile, le segherie
che lo caratterizzano, le case dal cortile
interno e dall’immancabile anello in
pietra lavica nella facciata per attaccarvi
asini e muli, che furono il veicolo
“portante” (in tutti i sensi) della economia
di questo borgo.
Il trasporto del legno della Cerrita (dai
cerri, appunto) e dalla Cubania, che si
estendono in su, tra conche ex-vulcaniche
e gli scoscendimenti di Monte Fontana e Monte
Rinatu fino alla Valle del Bove, insieme alla attività
dei carbonai, caratterizzò, e ancora dà vita, oggi,
all’economia dell’abitato di Fornazzo (”villaggio ideale
d’Italia”, come è stato dichiarato), con la ricerca,
anche, dei funghi, dalla primavera a autunno pieno,
che le donne vendono al minuto davanti alle soglie
o nei fondaci aperti specialmente la domenica. L’altra
risorsa fu il trasporto della neve che si ammassava
nelle “niviere” ad alte quote e arrivava a dorso di
mulo, interrata nei sacchi coperti di fronde per farla
durare, fino a Riposto e Giarre, per l’uso che se ne
richiedeva nell’estate.
Fornazzo è la porta verso il versante nord
linguaglossese e di Randazzo. Il deputato Concetto
Gallo, una delle personalità del movimento dell’EVIS
(Esercito Volontari Indipendentisti Siciliani) nel
primissimo dopoguerra possedeva una casa padronale,
dal suo nome ancora oggi designata, fra i noccioleti
(altra risorsa, una volta, dell’economia locale) che si
stendono, a vista d’occhio, lungo la rotabile suddetta.
Caselle, dal lato di nord-ovest, quasi ormai congiunto
al centro tramite l’attuale Viale della Regione, è un
altro di questi nuclei che determinano il territorio
milese, confinando con Algerazzi (contrada dalla
denominazione chiaramente araba, come si vede) e
con Carrino (Carlino) dove è il magnifico leccio
pluricentenario (quercus ilex, “ilice pantano” in dialetto
locale), patrimonio arboreo e antropico-culturale del
posto, data la permanenza, anche, di qualche rudere
di ovili e abbeveratoi in pietra, e di sentieri
agresti-pastorali cui bisognerebbe dedicare più cura
conservativa per proteggerli dalle attenzioni (talvolta
vere e proprie aggressioni ottuse, più che altro, in
verità) di sedicenti turismi amatoriali.
Con queste contrade e col Pianogrande (il “bosco del
Barone” come è inteso nella denominazione comune
paesana) che è stato ed è ancora, insieme, pascolo di
buoi, macchia mediterranea, estensione di terreni a
viti ora di origine controllata, e azienda vinicola di
buon nome, “Barone di Villagrande”, appunto, Caselle
- e Milo - spartiscono i confini dal Comune limitrofo
di Zafferana, dal lato sud-ovest per chi viene da Catania
tramite la strada che attraversa il bosco in salita e,
dopo tornanti e qualche tratto rettilineo, sbocca
davanti alla chiesa e al belvedere della piazza.
Nominato in tutte le carte e relazioni (per esempio
nelle Sacre Regiae visitationes per Siciliam, compilate
dopo le sue ricognizioni del 1743 da Giannangelo de
Ciocchis, o nella Carta Oryctografica di Mongibello del
canonico Giuseppe Recupero) Caselle dovette essere
anzi l’aggregato storico più antico
attorno al convento che lì
probabilmente doveva sorgere; come
attesta, nella persistenza onomastica, la
via Badia, (nome che, fino ai primi anni
quaranta del Novecento ebbe l’attuale
Corso Italia) con la comunità di monaci
di cui parlano le antiche carte, legata
alle remote origini di Milo e alla
tradizione storica che vi si rintraccia.
Il vulcanologo Carlo Gemmellaro, in
un suo scritto del 1858, parla di Caselle
come di uno dei borghi più minacciati
dalla eruzione del 1852: «cresceva la
piena nel braccio che parea diretto verso
il Milo e le Caselle [...] e gli abitanti
sgombravano desolati le loro abitazioni».
E nelle Opere dell’acese Leonardo Vigo,
erudito, raccoglitore di testimonianze
storiche della sua città e del circondario,
vengono riportati certi versi in cui si
descrive, pare da una poetessa contadina,
la stessa eruzione.
Praino, a sud-est, pur possedendo una chiesetta che
domina la vallata (risalente ai primi deceni del
Settecento, come si evince dalla scritta di una delle
campane) è più una contrada di vini forti e di fondi
agricoli padronali ora frazionati (Tono, Continella,
Lisi, Modò, l’ex-fondo di Lesina proverbiale per
l’estensione) dove hanno trovato, ai tempi nostri, il
loro buen retiro i due cantanti Lucio Dalla e Franco
Battiato (quest’ultimo nella villa della Baronessa
Flavia Musumeci, ed ex-Moncada) delimitando il
territorio milese dalla parte bassa, sui costoni che
dominano Sant’Alfio e San Giovanni e il fondo
Macchia. Su questa, al di là del costone del Soglio,
sovrasta anche l’altra contrada del Salice, pur essa a
terrazze di vigneti ora trasformati in agrumeti a
clementine e chiazzati a tratti di ciliegi, tra canneti
e scoscendimenti che separano i due versanti, con
case che occhieggiano sulle scarpate.
Moscarello (o Miscarello), è l’altra contrada,
ugualmente vinicola, che, un pò al di sotto della chiesa
principale del paese (quella di Sant’Andrea “di l’Acqua
di lu milu”, che si affaccia sul panorama e domina la
piazza) si estende a ripiani fino a Monacella e al
territorio di Santa Venerina confinante con Milo dal
basso di questo versante.
Possiamo sintetizzare in due periodi, volendo, la
narrazione delle vicende storiche di questo paese:
dalle origini alla fine del Seicento, quando ne abbiamo
qualche cenno, come priorato, in studi generali od
ecclesiastici; e dal Settecento ad oggi, quando abbiamo
i documenti parrocchiali, atti e “riveli”, dati di nascite
e morti, ed eventi che riguardano la comunità, oltre
a echi e rimandi, per generazioni, di testimonianze
orali e tradizioni.
Nella sua opera Sicilia Sacra [1793], Rocco Pirro,
richiamandosi a Tommaso Fazello, parla della “Chiesa
e Priorato di S. Andrea dell’Acqua di Milo [...] fondato
da Giovanni Infante di Aragona”, e lo dice “così
chiamato dalla rinomata fonte di acqua che da lì
esce”. L’Abate benedettino Vito Amico nel Lexicon
Topograficum Siculum [Palermo 1757-1760] ribadisce
che ne fu fondatore (”Author”), intorno al 1340,
Giovanni D’Aragona, signore di Randazzo, il quale
qui amava dimorare spesso; e anzi qui morì, volendovi
evitare la peste che imperversava a Catania, ma non
potendo tuttavia sfuggire alla comune sorte, nel 1348,
cioè l’anno che quel flagello si diffuse dovunque in
Europa. E rimane al paese l’imprinting delle acque,
come è ancora attestato, primo fra tutti, dallo storico
cinquecentesco Filoteo degli Omodei di Castiglione,
dal quale è verosimile che dipendano tutti gli altri
anche riguardo al nome che ne deriva al paese, quando
scrive nella sua Aetnae Tipografia: “C’è un’altra
sorgente d’acqua dolce e limpida [...] verso sud est,
nel bosco; questa sorgente dal colore nero della terra
dove scaturisce dal greco ha nome Melan, dagli etnei
comunemente è chiamata Milo”. (Altra ipotesi, non
implausibile, ma non confortata finora da documenti,
è che “Milo” derivi da “mulino”). Certo è che dopo
il terribile terremoto del 1693 - che devastò come si
sa, tutto il versante della Sicilia orientale - anche per
Milo si trovano documenti e testimonianze più
precise.
Il paese, nel senso di comunità civile, cominciò a
costituirsi, in fondo, agli inizi del Settecento e in
nuclei dislocati, quando ampie zone della fascia
nemorosa vennero conquistate all’agricoltura, e il
territorio assunse press’a poco la fisionomia moderna.
Alla proprietà ecclesiastica (Mensa del Vescovo) e
alle estensioni boschive e a pascolo, si sostituì la
proprietà di grandi famiglie signorili e “borghesi”, del
Giarrese e dell’Acese, con la coltivazione a
terrazzamenti collinari, le istituzioni giuridicoamministrative
e i confini definiti a queste connesse,
le pertinenze ai Comuni (la Contea di Mascali cui
Milo appartenne fino a che passò al Comune di Giarre
nel 1815, poi a Sant’Alfio nel 1823, prima
dell’Autonomia ottenuta nel 1955), cioè assumendo
una forma di modernizzazione e di assetto meno
distante da quello odierno.
Alla base contadina feudal-fondiaria, che caratterizzò
la fisionomia “culturale”, per così dire, del territorio,
con la esclusiva economia agricola e quella del
trasporto del vino e le attività connesse (bordonari,
fecciaioli, carrettieri, qualche mastro d’ascia artigiano
considerato a parte per la attività nel fare viti dei
“conzi” nei palmenti) si cominciò ad affiancare, dato
lo sviluppo man mano più moderno del paese, una
classe di più liberi lavoratori, i muratori, per esempio,
non legati alle vicende del vino, ma che dalle rimesse
degli emigranti, e dalle case che questi facevano
costruire al loro ritorno, traevano le risorse per
l’esercizio delle loro attività, e un certo benessere.
Si costituì allora l’aspetto che rimase definitivo: quello
dei primi decenni del secolo, con le case del centro
omogenee dalle facciate rosse, azzurre, verdi di
tonachina e dai decori piacevoli ai cornicioni, gli
architravi e le cimase, e che i terremoti degli ultimi
anni hanno lesionato, ma che ora è stato in parte
ricostituito.
Restano, degli ex-feudi, alcune case signorili che
conviene ricordare: le case Nicolosi-Villasmundo
(del “Barone”), sopra accennate che si vanno
trasformando in agriturismo; quella di Continella a
Praino dalla facciata rosso siciliano; la casa Leonardi
a Salice, e l’altra, al centro, dalla terrazza a belvedere;
la casa Russo, neo-gotica, degli anni ‘30 del
Novecento, all’ingresso del paese; quella del Giudice
Torresi, o di Leotta, ancora al Praino; o di Cerasuolo,
con le due auracarie, a Volpare, sullo sfondo del
panorama di Giarre e del porto di Riposto; quella di
Carpinati a forma di torre, dal terrazzo rotondo e i
cornicioni liberty davanti alla chiesa, che fu distrutta
a fine degli anni sessanta. E ancora vanno ricordati,
come esempi notevoli di architetura rurale da
preservare, i palmenti dalle basse finestre in pietra
lavica, le tine, le scale esterne, da cui i vendemmiatori
scaricavano corbelli e “cofine” stipati di grappoli in
quella specie di kermesse festiva e produttiva che era
la vendemmia a pieno autunno.
E riferimento di tutti era la chiesa, semi-distrutta
durante la seconda guerra e poi ricostruita, che domina
l’orizzonte della piazza (la chiesa di Sant’Andrea “di
l’acqua di lu Milu” nominata) che ebbe da sempre
funzione di aggregazione non solo mistica ma di
controllo civile, ecumenico e parrocchiale. Il suono
della campana regolò davvero la vita comunitaria
con le ore canoniche che scandiva, sia per quelli dei
fondi agricoli che più guardavano verso il mare, come
per chi stava dalla parte delle lave e del Vulcano. E
polo di aggregazione fu la parrocchia, dove dominò,
dal pieno degli anni ‘20 fino al declino della sua
lunga, vegeta vecchiaia, l’Arciprete, voce
incontrastata pastorale, ma anche civica e direttiva,
occulta ma più spesso manifesta e tonante anche
dall’altare, delle sorti del paese.
Altro monumento fu la fontana a grandi lastroni di
pietra lavica che sorse al centro di Milo nel 1911,
come risulta anche dalla data incisa in una di queste
pietre che la compongono; cuore civico, urbanistico,
del paese, passando, inquartata d’azzurro insieme con
la croce del Patrono Sant’Andrea e l’Etna di sfondo,
sullo stemma a bande gialle e rosse che ricordano il
fondatore Aragonese. Ne disegnò lo schema il
professore Enzo Maganuco, intenditore d’arte e uno
degli ospiti illustri di Milo a cui toccò la vicenda di
suggerire anche il motto dello stemma stesso quando,
nel 1955, il paese divenne comune autonomo: “In
nemore milensi salus” (”Nei boschi di Milo la salute”),
che risponde a piena verità.
Dai grandi fatti anche sui piccoli paesi si riverbera il
riflesso delle generali vicende.
Terremoti ed eruzioni con le loro incursioni periodiche
e incombenti, segnano anche la vita di questa
comunità.
L’emigrazione, che tolse risorse, e le migliori braccia
dei giovani nel nostro territorio, fu anch’essa uno di
questi dati ricorrenti: quella da fine secolo agli anni
venti del Novecento (per le Americhe, in Argentina,
nelle piantagioni, a tagliar canna specialmente); e
quella del dopoguerra verso il nord, la Germania e
la Svizzera, o verso l’Australia, dove si impiantarono
forti colonie dei nostri paesi.
Le eruzioni portarono anch’esse Milo alla ribalta di
un circuito di notorietà che non fosse di giro
strettamente paesano e del solo circondario: dalle
eruzioni antiche a quelle spettacolari degli anni
sessanta e dei nostri giorni.
Circolò per tutti i giornali e i periodici di allora di
mezzo mondo la foto di donna Jana (Cavallaro) di
Caselle, a braccia aperte davanti alla lava dell’eruzione
del 1950 che sta, quasi a voler fermare da sola, con
la forza della fede e delle immagini dei Santi che
agitava in mano, la furia del fuoco distruttore. La “y”
che la eruzione con i suoi squarci aveva tracciato in
alto sul fianco della montagna, rimase rosseggiante
la notte nelle tenebre e nel ricordo di chi quei giorni
li aveva vissuti, oltre che nel quadro, conservato nella
canonica, di Rosario Catalano, pittore contadino
locale di mano sicura che dipinse anche nature morte
e alcuni ritratti. Mentre dell’altro pittore (Pappalardo)
sono i grandi quadri dell’Immacolata e di Sant’Andrea
(da Giovanbattista Piazzetta) nella navata sinistra
della chiesa.
Pier Paolo Pasolini girò alcune sequenze per l’Inferno,
come scenario del suo Decameron del 1971, sulle lave
che fumarono per tanti anni in superficie quando
cambiava il tempo ed arrivavano le piogge. Nel bosco
Nicolosi, invece, Mauro Bolognini ambientò varie
sequenze di Un bellissimo novembre (1969), con la
Lollobrigida, dal romanzo di Ercole Patti, il quale
anch’egli nomina Milo in un suo romanzo.
Di Angelo Musco, ospite a Milo negli anni trenta
del Novecento, rimane una testimonianza fotografica
che lo ritrae insieme all’Arciprete e a un gruppo di
milesi davanti a un edificio del centro. Scrisse con
la sua solita verve in un albo di firme della famiglia
Leotta di Fornazzo: «con sicura fede che prestissimo
Milo sarà 2mila». E Rosina Anselmi venne a
villeggiare a Milo in una casa del centro negli anni
‘50. Il pittore Roberto Rimini dipinse a Milo quadri
di buona vena del suo impressionismo realistico e
sereno: due con vasi di ginestre su un tavolo e lo
sfondo aperto della campagna si intitolano entrambi,
appunto, Estate a Milo, datati 1938. Dal professore
Salvatore Citelli, medico illustre, prese il nome il
rifugio costruito a quota 1700 sotto monte Frumento
delle Concazze. Abitò anch’egli a Milo in estate in
una casa padronale all’ingresso, dove, negli anni
recenti, fu aperto il ristorante di magnifica vista
“Belvedere”; e altro ristorante è il “Quattro archi”,
collocato in un'altra di queste grandi case di antiche
vestigia (Petralia), allora al sommo di una scarpata
della Scalazza. L’astronomo Mario Fracastoro fu
anch’egli, negli anni ‘50, fra i più fedeli villeggianti
a Milo. Ma il più eccentrico ospite, di fama
sopranazionale, fu il barone Wilhelm von Gloeden
che aveva lo studio a Taormina: fotografo di giovani
che faceva posare come nudi panisci, e che abitò
qualche tempo, negli anni ‘20, in una casa di Rinazzo
dove pare lasciasse affreschi che poi vennero coperti;
e che teneva in gabbia nelle stanze - a stare alle
testimonianze di qualche antico milese - centinaia
di uccellini, e valigie piene di marchi dell’anteguerra
ormai fuori corso.
Carlo Parisi da Macchia, magistrato, che a Volpari
veniva a villeggiare in una casa padronale del padre,
eminenza grigia del Regime a Roma, va ricordato
perché amò poetare di «dolcezze d’ombra e castagneti
d’oro» degli autunni milesi, e di una piuttosto
improbabile «grazia ellenica» che egli vedeva nel
paese. Unico poeta, finora, che abbia cantato di Milo,
se si eccettua l’accenno del settecentesco Domenico
Tempio che in un suo irridente ditirambo scrisse:
Sia frustatu,
squartatu,
strascinatu
lu primu, chi chiantau
li vigni di lu Milu e di Calanna
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